L'Olocausto con gli occhi dell'innocenza

 

Erano in 15.000: non ne sono sopravvissuti nemmeno 100. Avevano tutti un’età compresa tra i 12 ed i 16 anni.

Terezìn fu il maggiore campo di concentramento nazista sul territorio della Cecoslovacchia. Costruito come transito per gli ebrei che dal Protettorato di Boemia e Moravia venivano deportati verso i campi di sterminio dei territori orientali, dalla sua nascita vi furono deportati 150.000 persone, fra le quali 15.000 bambini. La maggior parte trovò la morte nel ghetto stesso o negli altri campi nazisti.

Non ci sono immagini forti, non ci sono cumuli di scheletri. Ma i quattromila disegni, come le sessantasei poesie di quelle giovani anime strappate alla vita, hanno senza dubbio lo stesso effetto. Il campo di Terezìn proprio perché di transito, è stato uno dei pochi che prevedeva uno spazio per i bambini. Stesse condizioni igieniche, stessa fame, stesse malattie. Proprio come gli adulti. Stessa Identica sofferenza.
Sotto la guida degli ebrei adulti, i bambini frequentarono lezioni e parteciparono a molte iniziative culturali. Tra gli animatori anche Dicker Brandejsovà, artista e progressista morta, proprio come la maggior parte dei bambini, nel campo di Auschwitz nell'autunno del '44.

Sono qui riportate tre delle sessantasei poesie scritte dai bambini rinchiusi a Terezìn, uno dei campi di concentramento più tristemente famosi. Si noti, leggendo queste poesie, il grande coraggio e la grande voglia di vivere di questi bambini.

Accanto ad ogni poesia sono riportati, inoltre, alcuni dei disegni fatti dai bambini nel campo di concentramento di Terezìn.

 

 

 

Vedrai che è bello vivere

 

La poesia che ti viene qui presentata porta la data del 1941; non si conosce il nome del ragazzo che l’ha scritta, ma il messaggio che contiene fa riflettere sul suo coraggio di vivere e sulla sua fede nella vita. L’autore si identifica nell’uccello che vola libero nell’aria e che indirizza ai suoi compagni, paurosi di lasciare il nido, il suo grido di gioia: “vedrai che è bello vivere!”.

   

 

Chi s’aggrappa al nido

non sa che cos’è il mondo,

non sa quello che tutti gli uccelli sanno

e non sa perché voglia cantare

il creato e la sua bellezza.

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Quando all’alba il raggio del sole

illumina la terra

e l’erba scintilla di perle dorate,

quando l’aurora scompare

e i merli fischiano tra le siepi,

allora capisco come è bello vivere.

 

  

    

Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza

quando cammini tra la natura

per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:

anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,

vedrai che è bello vivere.

 

 

   

 

O chiaro ricordo

La poesia propone la voce di un adolescente prigioniero; in una esistenza che non ha più nulla di umano rimane accesa, nonostante tutto, la fiamma di un ricordo d’amore, che diviene testimonianza di vita là dove la vita è ad ogni istante calpestata e distrutta.

 

 

O chiaro ricordo che m’inviti alla quiete

e mi rammenti colei che amai,

ancora sorrido alla tua carezza,

ancora con te mi confido come al migliore amico.

 

O dolce ricordo, raccontami la storia

della mia ragazza perduta,

racconta, racconta dell’anello d’oro

e chiama la rondine che la vada a trovare.

 

E tu pure vola da lei e sottovoce

domandale se ancora pensa a me,

se sta bene e se ancora, se ancora

sono rimasto il suo amore di un tempo.

 

E poi ritorna veloce, non ti perdere,

perché io possa ricordarmi qualche altra cosa.

Era così bella: chissà se mai più la rivedrò.

Addio, mia cara, addio! Ti amavo.

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Nostalgia della casa

 

Lo sconosciuto autore di questa poesia è ancora un ragazzo ebreo; alla piena consapevolezza della condizione di miseria, di orrore, di fame in cui vive nel campo di concentramento si contrappongono, nella mente del ragazzo, le immagini della sua casa e la speranza di rivederla.

 

 

 

E’ più di un anno che vivo al ghetto,

nella nera città di Terezìn,

e quando penso alla mia casa

so bene di che si tratta

 

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O mia piccola casa, mia casetta,

perchè m’hanno strappato da te,

perchè m’hanno portato nella desolazione,

nell’abisso di un nulla senza ritorno?

 

Oh, come vorrei tornare

a casa mia, fiore di primavera!

Quando vivevo tra le sue mura

io non sapevo quanto l’amavo!

 

Ora ricordo, quei tempi d’oro:
presto ritornerò, ecco già corro.

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Per le strade girano i reclusi
e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto,

la paura e la miseria.

 

Squallore e fame, questa è la vita

che noi viviamo quaggiù,

ma nessuno si deve arrendere:

la terra gira e i tempi cambieranno.

 

Che arrivi dunque quel giorno

in cui ci rivedremo, mia piccola casa!

Ma intanto preziosa mi sei

perché mi posso sognare di te.