Irene Zisblatt
“I nostri cosiddetti amici e i nostri vicini di casa erano in fila lungo la strada e urlavano: “Era ora! Fuori di qui!” e “Non abbiamo bisogno di ebrei nella nostra città!”, “Dobbiamo liberarci di tutti voi ebrei!” e io ero li, e non credevo ai miei occhi… Eravamo amici, avevamo cose in comune. Perché erano così ostili, perché ci odiavano così all’improvviso?”.
“Cercavano di cambiarci il colore degli occhi”.
“Per ogni uomo che si buttava contro il filo spinato, prendevano cento prigionieri e li uccidevano davanti a tutti come esempio. Non ci lasciavano neanche morire quando volevamo noi”.
“Presi i diamanti e li feci montare in un pendente a forma di lacrima, perché ogni volta che li avevo salvati avevo dovuto piangere tanto. Così ho pensato che le lacrime fossero adatte. E ho detto ai miei figli che questi diamanti dovranno passare alla primogenita della famiglia di generazione in generazione sino a… per sempre… E sono l’unica cosa che possiedo che aveva tenuto in mano mia madre”.
(Irene)
Irene Zisblatt nacque nel 1930, in una famiglia ebrea ortodossa con sei bambini; vivevano a Polena, una cittadina di villeggiatura cecoslovacca che divenne parte dell’Ungheria nel marzo del 1939. Sotto il governo ungherese le leggi antiebraiche e la violenza contro gli ebrei aumentarono vertiginosamente a Polena.
Quando l’armata tedesca occupò l’Ungheria, nel marzo del 1944, Irene tentò di nascondersi con la sua famiglia, ma furono ben presto catturati ed inviati ad un ghetto con tutti gli altri ebrei della loro regione. Quando le guardie fecero appello a chi volesse lavorare in una nota zona vinicola ungherese, la famiglia di Irene fu tra coloro che si offrirono volontari; furono caricati su un carro bestiame di un treno merci che li portò ad Auschwitz-Birkenau invece che all’azienda vinicola.
Irene fu subito separata dalla sua famiglia e fatta entrare nel campo; a soli 13 anni sopravvisse agli esperimenti medici ed evitò per un soffio la morte nelle camere a gas. Fu quindi portata in un campo di lavoro come addetta ai lavori meccanici.
All’inizio del 1945 le guardie tedesche costrinsero Irene ed altri prigionieri in una brutale marcia della morte diretta verso il centro della Germania; dopo alcune settimane, quando solo una piccola parte dei prigionieri rimasta in vita, Irene fuggì nei boschi, e fortunatamente i soldati statunitensi la trovarono quella stessa notte e la portarono in salvo.
Irene fu l’unica sopravvissuta di tutta la sua famiglia.
Dopo aver vissuto per due anni in un campo profughi si trasferì negli Stati Uniti, dove si sposò, e con il marito ha avuto due figli e quattro nipoti.